27 Mar Kula Shaker K 2.0
14 ottobre 2016
KULA SHAKER “K2.0. Quando un disco è molto atteso il rischio di andare incontro ad una delusione è sempre dietro l’angolo. A volte capita che mantenga le aspettative, qualche volta che le superi. In questo caso siamo ancora oltre, siamo tornati a provare la sensazione meravigliosa di quando lustri e lustri fa si riusciva in maniera rocambolesca a reperire quegli album di cui si era letto (il sacro testo di Mauro Radice era illuminante a tal proposito) e che si pensava di non poter mai possedere. La tenacia, qualche incursione in storici negozi di dischi che trattavano l’importazione, la fortuna di poter operare in ambito musicale/discografico e gli amici sguinzagliati in giro per il mondo a caccia grossa ci (gli, perché il maniaco è Michele) hanno consentito di agguantare tanti gioielli più o meno nascosti. Torniamo indietro di qualche decade in una sorta di flashback.
Il rituale è sempre lo stesso: camera traboccante di tutto ciò che è possibile stipare in un ambiente di discrete dimensioni, accensione amplificatore (quasi mai spento in verità), alzata coperchio piatto (abbassato soltanto perché funga da appoggio per dischi, libri o altro), pacco con dischi, apertura lenta e molto accorta nel timore di danneggiare la copertina del prezioso contenuto, PAUSA. Estrazione del bene, lentissimo strip-tease del materiale d’imballo degno del più raffinato spettacolo del “Lido” di Parigi. PAUSA. Annusata ad occhi chiusi, ecco, LA COPERTINA. Battito accelerato, pari a quello dell’ archeologo che riporta alla luce un reperto del passato. In effetti è così, tra le mani hai la storia, hai qualcosa che è stato concepito, realizzato, toccato, da chi in quel mondo di cui tu hai potuto soltanto leggere o vedere immagini al cinema ci ha vissuto veramente. La libidine arriva alle stelle quando dalla busta interna, alla quale sarà dedicata un’attenta analisi (dopo però), esce nudo il vinile. Sguardo tra i solchi come se potessero suonare col potere della mente e poi dritti verso il piatto.
Soffio sulla puntina, delicatamente, per togliere tracce di polvere, appoggio della stessa sul solco del disco e parte il viaggio nello spazio e nel tempo.
L’ascolto di questo disco è stato una sorta di deja vu. La camera non è molto diversa, è solo più grande. Molte delle cose in essa stipate provengono da quell’altra, dalla cameretta in cui abbiamo ascoltato tanti dischi , studiato tante copertine, tentato di capire il significato di tanti testi ( ad un certo punto ci sono anch’io in quella camera a tentare di condividere quelle emozioni). Piatto e casse sono gli stessi, l’amplificatore no, è “più importante”. Questa volta il disco proviene da qui, da Camarillo Brillo, la sintesi della nostra storia, l’emozione provata viene da noi.
Grazie ragazzi.