11 Set Una magica serata
La serata è caldissima e molto umida, le zanzare sono assetate del mio sangue. La zona dove si trova l’albergo nel quale trascorreremo la notte prima di proseguire il nostro viaggio, si trova in una di quelle aree “pensate” per fiere e servizi, quelle costruite fuori città che al calar della sera sono assolutamente spettrali. Dopo la cena, usciamo per fare due passi. Una desolazione assoluta, un posto privo del soffio della vita, ma dovremo alzarci prestissimo e non è il caso di andare in centro.
“Extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia”.
Da uno di quei palazzoni che di giorno brulicano di umani e che la sera sembrano essere stati evacuati per una catastrofe a piacere, proviene musica.
Il richiamo della foresta. Ci dirigiamo nella direzione dalla quale proviene il suono come se stessimo seguendo il pifferaio di Hamelin. A poche decine di metri dall’albergo c’è una costruzione. Il terzo piano è costituito da una sorta di grande serra illuminata dalla quale proviene il suono. Io, che sono un po’ meno “prudente” di Michele attraverso la strada e mi dirigo verso la grande gradinata che porta al piano illuminato. Uno stentoreo “Addò vai” mi impedisce di proseguire. “Llà!” “Come llà, sarà una riunione di qualche società che sta nel palazzo”. Ad avvalorare la tesi del mio prudente compagno, parte uno sproloquio che non finisce più, però…
“Quando son solo in casa e solo devo restare, per finire un lavoro o perché ho il raffreddore. C’è qualcosa di molto facile che io posso fare: è accendere la radio e mettermiascoltare”. “Michè, ma è Finardi”
“Si che è Finardi”. Tre ragazzi si dirigono verso lo scalone. “Andiamo”. “Addò vai?” “Andiamo!”
E andiamo.
Saliamo l’ampio scalone, giriamo a destra e ci troviamo nel giardino incantato. Alberi, fiori, tantissima gente in piedi, seduta o distesa sul prato. Al centro un palco e sul palco Eugenio Finardi. La voce è ancora bellissima, lui canta e parla con il suo pubblico, con noi. Non ci concede “Musica ribelle”, non gli piace eseguirla senza batteria, ma lo perdoniamo.
Quello che Michele ed io non riusciremo mai a comprendere è perché non sia reso obbligatorio l’ascolto dei dischi di Eugenio Finardi.